Sul finire dello scorso anno, abbiamo più volte insistito su queste colonne riguardo l’inevitabilità di un’estensione al teatro europeo della guerra in corso nel mercato del pay streaming su entrambi i continenti americani (dai confini settentrionali dell’Alaska all’estremità Sud di Capo Horn).

Il 2012 ci sta dando finora ragione. Sull’onda dello sbarco di Netflix in Gran Bretagna e Irlanda e dell’aggressiva espansione in Nord Europa di Amazon attraverso il marchio locale LoveFilm – con immediata e inedita risposta commerciale di Sky (possibilità di stipulare contratti solo per l’accesso in larga banda, senza previo abbonamento al satellite) – adesso è il turno della Germania.

Si inizia dunque a scendere giù, fino quasi a lambire le Alpi italiane. Particolare interessante, a lanciare la campagna tedesca sarà un colosso dei media francese, Vivendi SA.

A ennesima dimostrazione di quanto l’affaire sia destinato a uno sviluppo pancontinentale e a coinvolgere ai più alti livelli gli incumbent della televisione targata UE.

Il gruppo parigino – che al momento controlla Canal+ e Universal Music (dunque indirettamente anche VEVO), ha 20 milioni di abbonati francesi alle offerte di telefonia mobile di SFR (che si sdoppia come Internet Service Provider, fornendo connettività a quasi 5 milioni di case), investimenti nell’industria dei videogames (Activision Blizzard, quelli di World of Warcraft, Starcraft, Call of Duty e Guitar Hero), nonché residue attività in campo cinematografico anche dopo il disimpegno da NBCUniversal – ha annunciato l’avvio tra l’estate e l’autunno di una formula di video on demand a sottoscrizione mensile plasmata su misura per emulare Netflix e competere con i suoi piani di conquista internazionale.

Si partirà in Germania, per poi dilatare l’ambito di operatività al resto d’Europa. Lo ha rivelato in un’intervista all’edizione teutonica della rivista Focus Stefan Schulz, presidente di Multiscreen Entertainment, la neonata succursale di Vivendi SA in quel di Berlino.

«Il segmento SVOD, subscription video on demand, riveste un’importanza strategica nel futuro dell’home video europeo – sostiene Schulz – di conseguenza è prioritario presidiarlo con un servizio che riproponga le stesse caratteristiche che hanno fatto la fortuna di Netflix: accesso illimitato on demand dietro tariffa flat mensile all’intero catalogo di film e programmi TV, sul più ampio spettro possibile di device in circolazione nei negozi, Connected TV in primis».

Non è chiaro al momento a quali library attingerà Vivendi per attirare gli spettatori in fuga dalle pay TV lineari. L’esperienza USA ci insegna che la quantità è in questa fase più importante della qualità.

Netflix, ad esempio, non dispone per i suoi pacchetti streaming delle licenze sugli ultimi titoli di cassetta hollywoodiani, riservati alle transazioni download-to-own via iTunes e similari (senza contare l’operazione “dvd nella Nuvola” meglio nota come UltraViolet).

Dei film nella Top 100 del 2011, solo 18 saranno disponibili in streaming già nel 2012 per i netflixiani d’oltre Atlantico. Tuttavia, con oltre 10.000 pellicole da selezionare, migliaia e migliaia di stagioni complete dei grandi classici della serialità TV, e montagne di dollari investiti in fiction originali esclusive, l’assenza di una manciata di blockbuster recentissimi non ha intaccato l’ascesa del parco-abbonati Netflix da 10 a 24 milioni e rotti in 2 anni.

Per ripercorre le orme dell’avventura di Reed Hastings, dunque, Vivendi dovrà spendere massivamente in contenuti degli studios e dei produttori locali, facendo confluire almeno una parte dei 30 miliardi di dollari incassati con la cessione delle sue quote in NBCUniversal. Lo richiede la fase storica. È un momento, infatti, in cui il costo dei diritti web tende a salire, per l’improvviso e contemporaneo ingresso nell’arena di numerosi player, tanto protagonisti della arrembante scena digitale quanto eredi della Old Economy analogica.

Va letta alla luce di questi conteggi la scelta della Germania come territorio pilota per il progetto Vivendi in pay streaming. I competitor esistenti sono infatti considerati deboli.

C’è LoveFilm/Amazon, ma non ha la penetrazione sul mercato che può vantare in Inghilterra e Scandinavia. Ci sono poi due soggetti locali:

Maxdome, fondato nel 2006 da ProSiebenSat.1. Ha 45.000 titoli in archivio ed è stato assai attivo negli ultimi mesi (ha siglato accordi sia con Warner Bros. che con 20th Century Fox), ma costa caro rispetto agli standard angloamericani: 15 euro al mese contro le 5 o 6 sterline di Netflix e LoveFilm in Regno Unito.

–  Videoload di Deutsche Telekom, con un catalogo decisamente meno prestigioso e imponente.

Il pericolo potenzialmente maggiore è quello della joint venture tra i broadcaster pubblici ARD e ZDF per un videoportale congiunto, portato avanti sotto l’etichetta temporanea Germany’s Gold.

Ma pendono sul destino di Gold le stesse incertezze legate alle decisioni dell’Anti-Trust, che già nel 2011 hanno fermato sul nascere le ambizioni di un Hulu della TV commerciale tedesca.

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