Netflix rimane invariabilmente, insieme ad Apple, Google, Amazon e Hulu, il player più discusso nell’industria della Nuova TV, persino durante le vacanze di Natale.

In patria si attendono con ansia i risultati del quarto trimestre 2011, per capire se continuerà o si arresterà il crollo senza fine sui tabelloni luminosi di Wall Street. Il disastroso -58% registrato dal titolo rispetto al record di inizi Luglio ha sgonfiato il valore in Borsa dell’azienda da 13 a circa 4 miliardi di dollari, esponendola a possibili scalate; si è vociferato nelle ultime settimane di un interesse di Verizon, il colosso della telefonia USA sempre più attratto dal business del video.

Come noto, a infliggere alle quotazioni un colpo mortale è stata l’emorragia di 800.000 abbonati avvenuta in estate sul mercato americano, a causa del drastico aumento dei prezzi per i pacchetti inclusivi di invio a casa dei dvd (si è addirittura ipotizzato il loro scorporo dalle attività basate solo sullo streaming, idea subito accantonata tra le polemiche).

Dal lato Netflix la rimodulazione della domanda viene considerata positiva, in quanto alleggerisce il conto economico dai subscriber ancorati ai dischetti fisici – costosi per via della gestione, spedizione e stoccaggio – riconvertendo tutti i superstiti in utenti completamente digitali (fruizione via streaming, dove l’unica spesa è quella per la banda, ma è una voce ridottasi al lumicino negli ultimi anni).

Tuttavia, analisti e investitori non sembrano d’accordo. La preoccupazione è legata all’esplosione dei costi sostenuti da Netflix per l’acquisto di licenze pregiate dalle major e la produzione di contenuti premium inediti in esclusiva. Finora si era minimizzato al riguardo, nella convinzione che questi esborsi sarebbe stati riequilibrati dalla progressiva e in apparenza inarrestabile crescita del parco-clienti.

Quando però ci si è resi conto che l’attuale tetto di 23,8 milioni di sottoscrittori negli States non sarà superato con la stessa rapidità con cui in precedenza si è passati da 10 milioni (2008) a 20 milioni (2010), è subentrato il panico. Da qui lo “sboom” borsistico, a dispetto di una forza del marchio tuttora ineguagliabile a livello consumer, se pensiamo che a Ottobre, secondo le autorevoli rilevazioni di Sandvine, l’accesso a Netflix costituiva un incredibile 32% dell’intero traffico Internet in Nord America, +10% in appena 6 mesi.

A questo punto, per il gigante dell’home video fondato nel 1998 da Reed Hastings, la chiave per ribaltare la situazione sembra poggiare sul suo ambizioso e pionieristico programma di espansione internazionale. Milioni e milioni di nuovi potenziali abbonati, da strappare alle pay TV. Quelle del Messico, Brasile, Caraibi e l’intera America Latina, dove il servizio è stato attivato il 5 Settembre, ma soprattutto quelle europee, titolari al momento di un tesoro da 58 milioni di euro l’anno.

È già sicuro che Netflix, il cui quartier generale nel Vecchio Continente verrà stabilito in Lussemburgo, lancerà iniziative nel corso del 2012 in Gran Bretagna, Irlanda e in Spagna. Non è ancora dato sapere alcunchè, invece, su eventuali aperture in Francia, Germania e Italia (improbabili a questo punto prima del 2013).

In Inghilterra le trattative per arricchire la library di trasmissioni e seriali locali ha già portato Netflix a chiudere accordi con la BBC e con il suo principale concorrente privato ITV. Tuttavia, i contratti non sono particolarmente favorevoli per “l’invasore” a stelle e strisce.

ITV non ha concesso, infatti, i diritti per netcastare i più recenti episodi del suo sceneggiato #1, il fastoso romanzone d’epoca Downton Abbey, mentre l’ente radiotelevisivo pubblico di Sua Maestà ha offerto su un piatto d’argento il classicissimo Fawlty Towers (la sitcom BBC più amata di sempre, chiusa però nel lontano 1979), ponendo al contempo rigidi vincoli temporali sulla ridiffusione dei suoi show di punta contemporanei. Gli ironici test automobilistici di Top Gear, ad esempio, arriveranno agli iscritti Netflix UK solo 6 mesi dopo la messa in onda.

La logica, ovviamente, è di difendere tanto i palinsesti in chiaro da rischi di cannibalizzazione, quanto le pre-esistenti piattaforme di catch up TV delle stesse BBC (l’iPlayer) e ITV (ITV Player). Di contro, le limitazioni inficiano, e non poco, le chance di Netflix nell’erodere pubblico e risorse all’odierno incumbent britannico del video streaming a pagamento, LoveFilm, un brand dietro cui si cela Amazon.

Nonostante il gap d’esordio sui cataloghi autoctoni, Netflix potrà in compenso vantare dalla sua i film degli studios, a partire dalle pellicole MGM, Lionsgate e Miramax, destinate a contrapporsi a quelle Sony e Warner Bros. strappate a Dicembre da LoveFilm.

L’alleanza con Hollywood dovrebbe risultare stabile nel medio periodo, giacchè BSkyB, leader della pay TV via satellite oltre Manica, appare per adesso incapacitato a replicare online le sue esclusive cinematografiche (pende sul suo futuro lo scrutinio dell’Anti-Trust inglese per abuso di posizione dominante nel mercato dei diritti).

Se in Inghilterra lo scenario è in evoluzione, in Spagna segna una fase di stasi. I negoziati tra gli emissari di Netflix e Antena 3 de Televisión (De Agostini/RTL) si sono conclusi con un nulla di fatto. RTL avrebbe confessato lo scorso Maggio di non essere intenzionata a vendere alcuna licenza a Netflix, se non potrà mantenere il controllo della raccolta pubblicitaria.

Stando alle voci di corridoio, ci sarebbero invece colloqui intensi con Mediaset España Comunicación, il braccio iberico di Mediaset, nonchè l’emittente numero uno del Paese. «Entrambe le parti sono interessate a collaborare», ha dichiarato una portavoce madrilena di Mediaset.

Si tradurrà in un’alleanza? Estesa anche all’Italia? Impossibile prevederlo oggi come oggi. C’è però una certezza: Netflix vuole conquistare una porzione della torta pay televisiva europea. PricewaterhouseCoopers ha fissato entro il 2015 un incremento del 24% per il settore, oltre 20 miliardi di euro di entrate addizionali. Se vuole recuperare gloria e smalto negli Stati Uniti, paradossalmente Netflix avrà bisogno di far rotta verso l’Europa.

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4 Responses so far.

  1. [...] il debutto sul suolo inglese di Netflix, a inizi Gennaio, sulla scia di un’intesa guerra autunnale per i diritti delle major ingaggiata [...]

  2. [...] sono ancora confuse. Si parlava di fine 2011 ma, come avrete notato, ciò non è avvenuto. I più pessimisti parlano addirittura di 2013. Staremo a vedere. Bookmark on Delicious Digg this post Recommend on [...]

  3. [...] sterline) è data in arrivo. Una testa di ponte nel Vecchio Continente scelta per mettersi in scia al lancio oltre Manica di Netflix, il cui esordio risale ad appena 2 mesi [...]

  4. [...] di lingua franca in comune. Del resto anche Netflix e Amazon (attraverso la controllata  LoveFilm) hanno  scelto il mercato UK per inaugurare nel Vecchio Continente i rispettivi servizi di pay [...]



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