Neanche due mesi fa gli appassionati di soap opera gioivano. All My Children (La Valle dei Pini in Italia) aveva appena terminato le trasmissioni, dopo 40 anni di gloriosa carriera televisiva sulle frequenze della ABC/Disney. One Life to Live (Una Vita da Vivere), altra creatura della leggendaria autrice e produttrice Agnes Nixon e altra soap simbolo della ABC, l’avrebbe accompagnata nell’oblio delle saghe interrotte a Gennaio 2012.

Un destinato annunciato, segnato dal progressivo declino degli ascolti, che già tra il 2009 e il 2010 aveva sancito il proverbiale “the end” per Sentieri (Guiding Light in originale, nata addirittura nel 1937 alla radio e in onda sulla CBS dal 1952) e Così gira il mondo (As the World turns, sempre CBS, firmata da Irna Philips come Sentieri e in onda dal 1956).

Un mondo antico di intrattenimento leggero per casalinghe e studenti travolto dalla crescita della forza lavoro femminile nonchè, secondo molti, dal tempo speso a conversare e giocare sui social network. Insieme agli ascolti, naturalmente, erano spariti anche gli inserzionisti. In particolare detersivi e prodotti per la pulizia domestica a cui il filone soap deve il suo nome; la sponsorizzazione delle saponette di Procter & Gamble e Colgate-Palmolive risaliva addirittura all’epoca della radiofonia.

Ma, come detto in apertura, gli aficionados stavolta potevano sorridere. Alla delusione per l’impietosa falcidie nei palinsesti del daytime operata dalla ABC – dove l’ultimo baluardo del genere  rimane adesso General Hospital (trasmesso lì dal 1963) – era subentrato l’entusiasmo per la notizia della prosecuzione online sia della Valle dei Pini che di Una Vita da Vivere. In apparenza senza stop di sorta, cambiamenti nel cast o rivoluzioni nelle sceneggiatura.

La Prospect Park, una start-up capitanata dai veterani Rich H. Frank e Jeff Kwatinetz, aveva infatti acquisito dalla ABC la licenza per produrre nuovi episodi dei due show e distribuirli in streaming gratuito sul neonato The Online Network. L’ipotesi negoziale era di continuare su Internet come se si trattasse di un semplice cambio di orario o di emittente, evitando buchi narrativi e modifiche radicali. Non a caso l’ultima puntata di All My Children diffusa dalla ABC si era chiusa con un cliffhanger, un colpo di scena destinato a risolversi su web e funzionale proprio a lanciare The Online Network.

Qualcosa, però, è andato storto. Prima hanno iniziato a girare voci incontrollate di ritardi nel ritorno in streaming subito dopo Natale, giustificate con la difficoltà a scritturare la regina di Pine Valley, Susan Lucci (l’attrice più pagata di sempre per una soap, per 41 anni volto della subdola Erica Kane nella realtà fittizia di All My Children). La Lucci aveva chiesto, invano, la garanzia di un contratto almeno annuale. Poi, l’altro ieri, l’annuncio ferale: Prospect Park ha abbandonato i piani di riedizione digitale delle due venerande trasmissioni.

Frank e Kwatinetz, a quanto pare, avevano sbagliato i calcoli. Erano convinti di poter abbattere grazie alla distribuzione online i costi, già pesantemente tagliati negli ultimi anni televisivi. Si sono però trovati di fronte le richieste delle star e l’opposizione dei due sindacati, la AFTRA e la WGA, che rappresentano attori e sceneggiatori impegnati a livello professionale negli States. O almeno così recita il loro comunicato stampa di commiato.

Sia l’AFTRA che la Writers Guild of America si sono affrettate a smentire, sostenendo di aver accettato i compromessi economici avanzati da Prospect Park e che la colpa del fallimento nelle trattative sarebbe da attribuire all’improvviso dietro front di quest’ultima.

Impossibile stabilire torti e ragioni di mediazioni condotte a porte chiuse. Ma quel che è certo è che il modello di business non poteva per adesso reggere poggiando solo sulla pubblicità, volendo mantenere la stessa qualità, periodicità quotidiana e i 60 minuti a episodio dell’incarnazione TV (alla sola One Life to Live lavoravano a New York più di 600 persone).

Lo stesso Jeff Kwatinetz aveva ammesso ai blogger di AllThingsD che sarebbero serviti 80 milioni di dollari per produrre un intero anno delle due soap. Finora un budget di entità simile è stato stanziato per una fiction online solo da Netflix, per il thriller House of Cards.

Ma Netflix non raccoglie pubblicità, è un gigante del pay streaming, e punta a recuperare le spese aumentando il numero di abbonati in misura modesta rispetto ai tassi di crescita registrati nell’ultimo biennio (+10 milioni di iscritti dal 2009 al 2011). Senza contare i nomi coinvolti nell’operazione, il regista David Fincher e l’iconico Kevin Spacey come protagonista; un biglietto da visita di sicura efficacia per le vendite internazionali dell’esclusiva in chiaro e a pagamento.

Di contro, La Valle dei Pini e Una Vita da Vivere viaggiavano nelle fasi finali del loro tramonto catodico su una media di 2,5 milioni di spettatori di profilo medio-basso, tipico della TV generalista dell’ora di pranzo. Nessuna garanzia di poterli convertire tutti in Net-spettatori e dunque in un veloce rinnovo degli accordi pre-esistenti di sponsorizzazione. Inoltre si sono rivelate scarse le speranze di monetizzarne la library rivendendo i diritti alle emittenti straniere. In Italia, ad esempio, mancano ambedue dai nostri palinsesti dal 1991/1992.

L’unica alternativa per Prospect Park era di trovare un partner in pay TV, a cui piazzare le repliche in cambio di un sostanzioso minimo garantito. Non ci sono riusciti, e forse è stato quello il vero punto di svolta in negativo del progetto.

Non è ancora detto che qualcun altro non subentri nella licenza, coinvolgendo stavolta operatori via cavo o via satellite. Le chances sono però ridotte al lumicino, e ben presto i cast originari saranno impossibili da ricomporre, perché ogni interprete troverà altri incarichi altrove.

Per gli spettatori “traditi” tanto dalla televisione quanto da Internet, un solo motivo di consolazione: All My Children e One Life to Live non sono le prime soap a finire con la trama in sospeso. Nel 1984 era già accaduto a The Edge of Night (Ai confini della notte), sempre su ABC. Dopo 7.420 puntate non furono in grado di dare una conclusione alla storia.

Lo stesso avvenne nel 1987 sulla CBS per Capitol, peraltro la prima soap mai trasmessa per intero in Italia (se mai chiudesse, l’affiancherà ovviamente Beautiful). E di nuovo nel 2003 per Port Charles, al pari di Capitol in onda da noi su RAI 2.

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