Tra le grandi piazze del social networking, la più presente sui teleschermi non è sorprendentemente Facebook. Né tantomeno possono vantarsi del primato i servizi di social check-in (i vari Miso, GetGlue e concorrenti), in evidente crescita di utenti e partner editoriali, ma ancora relegati a iniziative promozionali estemporanee. No, a imporsi nel 2011 come social “televisivo” per eccellenza è stato Twitter.
Beninteso, conversazioni e Mi Piace su Facebook determinano in modo ogni giorno più evidente le decisioni dei broadcaster. Permeano le campagne di lancio, condizionano lo sviluppo dei palinsesti. A parte nei casi di voto interattivo dentro reality e talent show, però, le pagine di Facebook non entrano ed escono dalle trasmissioni in onda. La loro colossale influenza vive esternamente allo schermo TV. Lo spettatore replica ed estende grazie a Zuckerberg la sua esperienza di intrattenimento televisivo, ma di rado vede apparire estratti da una Fan Page accanto al volto di conduttori e ospiti di un varietà, o di poliziotti, medici e mostri mutanti in azione in un telefilm.
È un problema di dimensioni e di filtro editoriale. L’interfaccia grafica di Facebook è ottimizzata per la fruizione online, non si presta a co-esistere con le immagini di un programma TV. Ruberebbe troppo spazio. Inoltre non è semplice effettuare una ricerca in tempo reale tra i commenti pubblicati dagli iscritti. Senza contare il rispetto della privacy.
Al contrario, tweet e hashtag sono essenziali: al massimo 140 caratteri un tweet, poche lettere un hashtag. Non invadono lo schermo, semmai lo arricchiscono. Esistono decine di strumenti con cui una redazione può selezionarli in tempo reale e decidere di metterli in onda. Inoltre, ogni profilo Twitter è settato di default su “pubblico”. D’altronde è una piattaforma dedicata al micro-blogging, al micro-giornalismo se preferite, non a coltivare i rapporti con amici, amanti e parenti.
Non c’è da stupirsi, dunque, se la corrente di pensieri e parole che arriva da Twitter affolla ormai ogni angolo dei pannelli LCD o al plasma. Quantomeno nel mercato TV più evoluto del pianeta, gli Stati Uniti, dove l’invito a seguire l’hashtag ufficiale di un serial può sbucare in sovraimpressione ovunque, in mezzo a una scena di canto a metà dell’ultimo episodio di #Glee o mentre un cast di celebrità assortite si impegna per 90 minuti consecutivi a ridicolizzare Donald Trump su Comedy Central. Con risultati spesso esplosivi. Durante lo show ammazza-Trump l’hashtag #trumproast lo scorso 15 Marzo ha generato 6,5 tweet al secondo, 35.000 in totale.
Aggregare la nebulosa di messaggi su Twitter intorno a un hashtag brandizzato permette di coinvolgere su un singolo tema molti più ascoltatori, esplodendo il livello di interazione di secondo schermo (TV + pc o smartphone/tablet collegati a Twitter). Ma spesso e volentieri si va oltre il semplice bumper promozionale con le infinite variazioni della scritta “segui l’hashtag x o y”. Spesso e volentieri sul teleschermo compaiono in un rullo sul fondo tweet, o sequenze di tweet, appena postati. In tempo reale. A volte scritti dai giudici di un concorso canoro mentre i concorrenti si esibiscono, altre volte composti dai fan di una squadra di football nel corso di una partita di campionato.
L’integrazione tra Twitter e contenuti TV, in parole povere, si sta dimostrando un’evoluzione naturale per la stragrande maggioranza dei format, in primis quelli in diretta. Ed è proprio grazie alla programmazione live, tanto del daytime che di prima serata, che i cinguettii iniziano a scalfire i muri difensivi della televisione italiana.
Dai pionieristici record di #raiperunanotte (60.000 tweet in 3 ore, lo 0,18% dell’intero traffico di tweet mondiale alle ore 22 del 25 Marzo 2010) sembra già passato un secolo. Lo stesso Santoro, del resto, dall’exploit di una notte è finito a trasferirsi in pianta stabile sul web. Il 3 Novembre, con il debutto delle 25 puntate di Comizi d’Amore in diretta streaming e in simulcast su Sky News e le locali, avremo la misura di quanto sia aumentato in Italia l’uso contemporaneo di TV e social media.
Nel frattempo il 2011 è stato contrassegnato dalla brillante sperimentazione di Exit: Uscita di sicurezza su La7, la prima trasmissione di un’emittente generalista della Penisola a mostrare regolarmente tweet in sovraimpressione. Sebbene la conduttrice, Ilaria D’Amico, non commentasse in studio i messaggi diffusi nel sottopancia, l’invito a unirsi all’hashtag #exitla7 per discutere la puntata insieme alla redazione di @exitla7 (nonché, con un pizzico di fortuna, apparire re-twittati a video) era battente e metodico. Un’attenzione estrema, dunque, alla platea dei social-addicted, confermata dalla presenza assidua della medesima D’Amico su Twitter, poco prima e poco dopo le registrazioni.
Purtroppo il successore di Exit tra i talk politici de La7, Piazzapulita, non sembra per il momento voler bissare il modello dei tweet in onda, sebbene l’account del programma abbia già 4.200 follower (il presentatore Corrado Formigli, ex Annozero, non è di contro un habituè del micro-blogging).
Il testimone è passato così a Sky Sport, assai attivo nel far girare rulli di tweet e saltuariamente affidare ai suoi host un veloce commento, ma soprattutto alle realtà RAI più sensibili verso il target dei tecno-informati e degli innovatori. Un’avanguardia guidata da RAI 5 e dal programma di approfondimento mattutino di RAI 3, Agorà, condotto da Andrea Vianello.
Per RAI 5 David Ghirardello, digital media consultant del canale, parla di una «rete Transmediale, non più una narrazione lineare d’esperienze, ma un’aggregazione di senso, dedicato ad uno spettatore multitasking, intraprendente ed attivo».
Una filosofia che si rispecchia nell’intervento di Liz Rosenthal, evangelista del cross-media storytelling, al TEDxTransmedia 2011 di Roma (l’evento è stato trasmesso lo scorso 30 Settembre in esclusiva streaming su RAI 5): «Secondo la Rosenthal, Audience is your Friend. – sottolinea Ghirardello – Per Rai 5, rete nata con la volontà d’essere fortemente esperienziale, il rapporto con la propria Audience è esteso sino ad un completo principio di trasparenza, confronto e co-creazione dell’integrità dello stesso canale. Rai 5 ha puntato dalla sua nascita proprio sui canali Social Media, disegnando una strategia editoriale che ha permesso di ingaggiare, ad oggi, oltre 12.000 persone. Sono stati attivati processi che permettessero escalation di richieste e informazioni dal Web alle redazioni dei programmi, e supportati conduttori ed autori affinché potessero diventare parte attiva del dialogo con il proprio pubblico. Già ad inizio 2011 è stata sperimentata, per la prima volta in Rai, una diretta partecipativa su Facebook TAB, durata più di 3 mesi».
Inevitabile, in questo contesto, un impiego massivo di Twitter nelle “liturgie” delle punte di diamante del palinsesto: «È stata fatta una operazione con hashtag per quasi tutti i principali programmi del canale, con visibilità in onda su alcune produzioni specifiche; ad esempio i TED Talks, Cool Tour e ora Dinastie. Inoltre, per alcuni programmi – tra cui Icone con Marco Ferrante e da sabato 22 Ottobre Kledi Kadiu con Progetti di Danza – si è intrapresa un’attività di Live Twitting dei conduttori, nel corso della messa in onda televisiva».
Mentre RAI 5 rivolge il suo “sguardo d’autore” agli abbonati-internauti, il cuore generalista del servizio pubblico si affida ad Agorà di RAI 3 per interpretare la neonata passione italiana verso Twitter (nonché verso l’interazione via webcam).
Abbiamo chiesto ad Antonio Sofi, autore di Agorà, blogger dal 2003 ed esperto di comunicazione e social media, di raccontarci come convivono indagine d’attualità e tweet nei 120 minuti quotidiani della trasmissione. Il suo racconto conferma quanto sia ormai ineluttabile per i broadcaster rinunciare alla tentazione di continuare a dettare unilateralmente regole agli spettatori, per adattarsi invece alle nuove regole di fruizione che gli utenti si attendono dalla TV.
Chi sa navigare insieme al suo pubblico guadagna consensi, vedi il trend ascendente di Agorà, stabile sopra il 10%. Chi si rintana nel suo giardino chiuso rischia di convertire la debole rilevanza online in brutte sorprese Auditel.
Antonio, che impiego fate on air di Twitter e che peso ha nell’economia della puntata media di Agorà?
Stiamo sperimentando lo strumento sempre più intensamente, a passi graduali però, per capire per bene cosa funziona e cosa no e soprattutto quale è il modo migliore per raccontare la complessità di Twitter in tv e utilizzarlo al meglio all’interno di un talk show. Al momento privilegiamo il fattore tempo: il sincronismo tra il flusso su Twitter e il flusso del dibattito in studio. Monitoriamo una lista di politici, giornalisti e influencer mentre siamo in diretta, pronti a utilizzare un tweet all’interno della discussione tra gli ospiti. Come per esempio è accaduto recentemente con un tweet del direttore di Repubblica Ezio Mauro, che per fortunata coincidenza ha twittato qualche minuto dopo che avevamo mandato in onda uno spezzone di una sua intervista in tv: un gioco di specchi crossmediale che abbiamo raccontato leggendo in diretta il suo tweet. Oppure riprendendo il tweet in diretta del deputato Pd e appassionato utente di Twitter Andrea Sarubbi che aggiornava il suo profilo in diretta.
Come vengono filtrati i tweet, sia sul versante della selezione editoriale che in termini di gestione tecnica della messa in onda?
Viene monitorato il flusso delle nostre fonti dalla postazione in diretta e dalla redazione, e poi ci confrontiamo velocemente in diretta sull’opportunità di mandare in onda il tweet. Il tweet poi viene mostrato a tutto schermo sul computer e messo in onda.
In futuro prevedete, o state quantomeno state ragionando, un maggiore coinvolgimento nel format dei vostri follower e di chi include gli hashtag #agorarai e #agorà nei suoi tweet?
Già ora la redazione web fa una cronaca dettagliata di ciò che accade in diretta, con aggiornamenti che rimbalzano dal profilo Facebook a quello Twitter e includendo l’hashtag ufficiale #agorarai, che ovviamente monitoriamo con attenzione. Non escludiamo di poter usare un reply di un follower come domanda aggiuntiva da proporre agli ospiti e alla discussione, con una battuta: aspettiamo il tweet giusto.
di Andrea Materia
Twitter: @andreamateria
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