Il nostro ciclo di “incontri ravvicinati” con i protagonisti della produzione webseriale italiana prosegue con un team di brillanti autori/attori toscani, i Licaoni, saliti alla ribalta Internet nazionale tra il 2010 e il 2011 grazie allo spassosissimo Corso di Cazzotti del Dr. Johnson.
«Manigoldi, comici e cineasti, refrattari alle regole e ribelli per natura, i Licaoni hanno deciso di intraprendere la dura strada dell’Arte in salita e contromano». O almeno così recita il loro sito e il canale ufficiale YouTube. Li abbiamo sottoposti a un fuoco di fila di domande, a cavallo tra rivelazioni e dietro-le-quinte sulla genesi e lo sviluppo narrativo del Corso di Cazzotti e considerazioni di sistema sugli scenari futuri della produzione indipendente di webseries…
I Licaoni: un presente virale fulgido, ma un ricco passato alle spalle sugli old media. Ce lo raccontate?
Ci siamo formati nel ‘99, giovani e imberbi, e ci siamo gettati in un’impresa titanica girando Mandorle, un lungometraggio di quasi due ore. Una commedia generazio-demenziale a base di sparatorie e fumetti, fatta nei fine settimana con Video8 a zero lire (che all’epoca erano ancora in voga). Beh, a pensarci bene le cose non sono poi cambiate molto dopo dodici anni. A parte le lire, che non ci sono più.
In questi anni abbiamo prodotto tantissimo, spaziando tra la commedia, il pulp, l’action e l’horror; con cortometraggi, lungometraggi e anche molto teatro, costretti dal fatto di aver perduto la telecamera puntando tutto sull’8 rosso. Ma questa è una storia di cui non vogliamo parlare.
Comunque la cosa per cui forse passeremo alla storia è Kiss me Lorena, nostro terzo lungometraggio e primo film italiano a essere distribuito gratuitamente sul web con licenza Creative Commons nel 2005. C’era anche Alba Rorwacher al suo esordio come protagonista. Pare secoli fa…
Come nasce il Corso di Cazzotti del Dr. Johnson?
Nel periodo teatrale lanciammo una serie di spettacoli dal nome I Licaoni Fat Show, dove ogni mese ci costringevamo a partorire nuove idee per spiazzare gli spettatori. Una di queste fu il Corso di Cazzotti che divenne un appuntamento fisso a furor di popolo. Dopo due anni di spettacoli immortalammo il meglio degli sketch in un episodio pilota per una ipotetica serie televisiva. Ma non essendo dei cloni di Zelig, nessuna delle tv a cui lo proponemmo se lo filò e quindi lo pubblicammo su Internet. Il segmento del Corso di Cazzotti fece qualcosa come 100.000 visite in pochi giorni e guadagnò la homepage su Youtube. Da lì l’idea di sviluppare la serie, forti anche del gran numero di sketch ideati per il teatro.
In realtà la cosa si fermò per vari problemi, ed è stato solo l’anno scorso che la serie è partita grazie alla Q-Z Arts. Questi ragazzi sono un altro gruppo di videomaker livornesi, anch’essi dediti alle produzioni di genere, estimatori del low budget e da tempi non sospetti ferventi sostenitori del web come canale di distribuzione. La perfetta simbiosi tra i due gruppi ha portato alla realizzazione di questa prima serie.
Con il senno di poi, la scelta di auto-distribuirsi su YouTube si è rivelata vincente? Che statistiche avete generato?
Possiamo dirci soddisfatti: in un anno abbiamo prodotto due ore di materiale con cadenza settimanale e il traffico generato è stato di circa 300.000 visite. Ovviamente sono numeri ben distanti dalle grandi YouTube Star, ma un ottimo risultato in ottica di autoproduzione.
YouTube al momento è il canale che offre più possibilità in termini pratici e di visibilità. Ma ovviamente non è il solo sul mercato: siamo strenui sostenitori della cultura libera e della libertà degli autori di auto-amministrarsi. Da questo punto di vista YouTube non è certo il massimo.
Sebbene si parli ovunque di contenuti multischermo e fruizione simultanea crossmediale, in Italia sembrano ancora esistere delle compatimentazioni tra web, cinema e TV. Da creativi, ma al tempo stesso anche produttori di voi stessi, come vivete questa fase di graduale integrazione?
Quello che ci pare è che in realtà gli utenti, soprattutto più giovani, siano perfettamente al passo coi tempi. Questa impostazione a compartimenti stagni sembra piuttosto voluta da parte di chi tiene i cordoni della borsa: dietro ci saranno ovviamente interessi economici (i nuovi media visti come pericolosi concorrenti in grado di rosicchiare fette di introiti). Ma non mancano, secondo noi, problemi di adattamento alla nuova forma mentis da parte di una classe dirigente ormai troppo anziana.
Come sono girati gli episodi del Corso di Cazzotti? Mezzi tecnici e umani, tempi di planning, riprese e post-produzione: vogliamo sapere tutto…
Al Corso lavoriamo con un gruppo variabile di una quindicina di persone, fra staff tecnico e attori. In genere giriamo dodici/quindici minuti di video finito in un giorno di lavoro, cercando di accorpare più episodi in un fine settimana. Questo perché giriamo in una vera palestra di un amico karateka falegname che se l’è costruita pezzo per pezzo e che, ovviamente, durante la settimana è in funzione.
Poi montiamo e post-produciamo in un paio di settimane che però diventano circa quattro perché dobbiamo diluirle nel tempo libero (più o meno tutti facciamo altro di lavoro). Giriamo con Canon 550D e post-produciamo su pc con Premiere e After Effects. Le luci le ha costruite Leo con le zuppiere dell’Ikea. Budget è una parola che abbiamo cancellato dal dizionario ormai da anni…
Il fatto di realizzarlo nel tempo libero comporta che la parte più faticosa sia incastrare gli impegni di tutti. Quest’aspetto si ripercuote spesso anche nei contenuti… un esempio su tutti: l’episodio 5 è narrato in voce off perché quel giorno i fonici non potevano essere presenti sul set per la presa diretta dell’audio. Quindi all’ultimo momento ne venne fuori questo episodio così insolito.
Cosa ha funzionato nella webserie del Dr. Johnson e cosa invece, tornando indietro nel tempo, cambiereste completamente?
Fin dagli sketch in teatro ci portiamo dietro una continuity narrativa per i personaggi, quindi si parla di una vera e propria serie con sviluppo orizzontale. Tant’è che fin da subito abbiamo girato molte scene che portano avanti la trama, da inserire nel dvd finale.
Però per il web, visto il successo dell’episodio zero, abbiamo deciso di presentarci inizialmente come una serie di episodi a trama verticale (cioè autoconclusivi e con schema ricorrente), tagliando le scene narrative. Questo perché pensavamo che fosse un tipo di prodotto più fruibile.
In realtà, come ha dimostrato ampiamente Freaks, i tempi sono maturi per la fidelizzazione tipica delle serie a sviluppo orizzontale, ma ce ne siamo resi conto solo dall’episodio due e mezzo.
Tornando indietro pubblicheremmo da subito gli episodi in versione extended.
La libertà d’azione di Internet è controbilanciata dagli sforzi supplementari che sono richiesti per emergere in un mercato molto più affollato di quello tradizionale. Che tipo di strategie marketing avete adottato, calcolando anche la scarsità di budget a disposizione, per farvi notare dai navigatori?
Coniugare lavoro vero, lavoro sul Corso e promozione è un delirio, e inevitabilmente qualcosa si perde per strada (in genere il lavoro vero…). Il punto cardine per noi è sempre stato il prodotto: curato in maniera maniacale e che sembri più ricco di quel che è.
Quello su cui facciamo fondamento è il passaparola del pubblico, ma non disdegnamo Facebook (primo referral per quasi tutti gli episodi) e invito al commento e allo sharing con premi simbolici in palio. Abbiamo sperimentato anche AdWords, ma non ne siamo stati per niente soddisfatti visto il calcolo dei costi sul clic e non sulla visione reale (almeno quando l’abbiamo fatto noi).
Si può considerare l’attività di videomaker online un lavoro a tempo pieno o è ancora da ascrivere alla categoria “passioni e speranze”?
E’ a tempo pieno per l’impegno abnorme che ci ha richiesto. Economicamente non è un lavoro, visto che forse con gli introiti del partenariato ci abbiamo ripagato le pile del registratore del fonico.
È anche inutile chiedere donazioni al pubblico: siamo stati molto colpiti da quanti hanno risposto all’appello, contribuendo alla copertura delle spese e guadagnando un posto nei credits degli episodi. Ma il punto di pareggio è assai distante. Quello che serve è che i grandi portali di video sharing inizino a produrre, finanziando le iniziative meritevoli. Cosa che pare stia iniziando a avvenire (almeno stando a quel che leggiamo sul vostro sito).
Nuovi progetti in cantiere?
Molti. Troppi. Una serie comico-epica sui supereroi (veri), un mockumentary sul gruppo rock più rock della storia del rock, un film demoniaco prodotto dalla Q-Z … ah, e la seconda serie del Corso di Cazzotti, of course, con sviluppi incredibili, action, viaggi nel tempo, action, combattimenti, action (l’abbiamo già detto action?).
Ma se nessuno ci paga, col ca**o che ci rimettiamo al lavoro.
A che punto è arrivata la produzione di web originals in Italia e quale sarà il prossimo salto di qualità?
A livello mondiale, da almeno due/tre anni, c’è un fermento incredibile con filmmaker di ogni Paese impegnati a confrontarsi in una sorta di gara al miglioramento sul web. Tutto questo grazie alle nuove tecnologie di ripresa, post-produzione e distribuzione alla portata. Eppure l’Italia finora è apparsa al di fuori da questo movimento globale, come se si facesse fatica a comprendere le potenzialità della tecnologia che abbiamo sotto gli occhi.
Il caso Freaks è sicuramente una pietra miliare per il nostro Paese: a prescindere dalla qualità oggettiva, è un prodotto che innalza di molto l’asticella per le produzioni user generated italiane. Quello che ci auguriamo è che l’esempio di questi ragazzi sia più possibile d’ispirazione per una nuova generazione di giovani creativi.
E probabilmente è quello che si augura anche YouTube (sembrerebbe quasi una “spinta evolutiva”, quella data tramite Freaks…).
Adesso servono solo i soldi per finanziare le nuove produzioni.
Ah, e un apparato critico capace e autorevole, che faccia crescere il movimento. Ché se continuiamo a farcele e cantarcele coi fan e gli iscritti, non ci evolviamo, cari content generators…
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